Per cominciare

SUN TZU
Una volta colte, le opportunità si moltiplicano.

[L’arte della guerra]

QUENTIN TARANTINO
Sono il signor Wolf. Risolvo problemi.
[Quentin Tarantino, Pulp Fiction]

ANNIE LENNOX

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È la domanda a guidarci

Al principio ci sono sempre domande ritenute fondamentali, almeno per tutti quelli che, come noi, sono cresciuti all’ombra del pensiero greco[1]. Accade alle persone comuni, che fanno a pugni ogni giorno con il desiderio di conquistare un futuro migliore per sé stessi e per i propri figli. Accade ai filosofi, che si ritrovano, millennio dopo millennio, ad interrogarsi su «ciò che vi è», su «ciò che vale», su «chi noi siamo». E accade anche ai sociologi dell’organizzazione, alle prese con la necessità di comprendere «come funzionano le organizzazioni» e «come potrebbero funzionare meglio».

Già. «Come funzionano le organizzazioni?». «Come potrebbero funzionare meglio?». Siamo partiti da queste domande, e dall’idea che per apprendere bisogna innanzitutto capire, poi studiare, infine applicare a contesti reali (famiglia, amici, lavoro, svago, studio, affetti, ecc.) ciò che si è capito e studiato, per pensare e sperimentare la metodologia in grado da un lato di valorizzare al meglio le potenzialità e le capacità di ciascun componente della classe e dall’altro e conseguentemente di fare di quest’ultima una organizzazione che mette in comune, scambia e utilizza idee, contenuti e informazioni per apprendere, costruire significati, creare conoscenza.

Si tratta evidentemente di un approccio fortemente cercato e che per questo ha caratterizzato l’insieme delle attività realizzate con gli studenti, quelle in aula così come quelle a distanza. Un approccio che è andato acquistando tanto più senso e significato, nell’accezione che, in ambito organizzativo, Karl Weick ha dato ai due venerabili termini, quanto più si è riusciti a tenere assieme ciò che è proprio di una storia nobile e non certo finita, come ad esempio il rapporto tra docente e studente, la lezione in aula, il libro di testo, e ciò che invece è sperimentazione e innovazione, come ad esempio gli studenti – autori – produttori di contenuti – portatori di saperi, la valorizzazione della conoscenza non solo esplicita ma anche tacita dei partecipanti al processo di apprendimento, i processi di comunicazione orizzontali, l’utilizzo delle nuove tecnologie non come conduttore ma come componente del sapere, la verifica sul campo di metodologia, didattica, contenuti.

Detto che in cantieri di questo tipo i lavori sono per definizione perennemente in corso, si può aggiungere che l’approccio di tipo connettivo ha contribuito a rendere possibile, e visibile, nel corso degli anni, un processo di miglioramento continuo dell’«organizzazione» classe e del corso, e che questo stesso dizionario ha tratto da tutto ciò un effettivo, costante beneficio. Il suo uso da parte degli studenti, rendendone più evidenti i limiti e le potenzialità, ha permesso non solo di migliorarlo ma anche, grazie alla fortunata coincidenza delle tre edizioni realizzate in tre anni, di «restituire» anno dopo anno agli studenti più giovani almeno una parte dei miglioramenti che anche grazie ai loro colleghi più anziani è stato possibile determinare.

Le sperimentazioni che siamo andati realizzando in questi anni, e la stessa fantastica opportunità della traduzione in inglese rappresentano naturalmente delle ulteriori straordinarie occasioni per rimettere mano al dizionario e renderlo ancora di più rispondente, per quanto è dato alle nostre possibilità e capacità, allo scopo per il quale è nato: offrire a chi legge, e a chi studia, riferimenti e mappe cognitive atte a scoprire, apprendere, assimilare, approfondire le connessioni e le priorità che tengono assieme autori e concetti che popolano la storia del pensiero organizzativo.

Sun Tzu ha scritto che «una volta colte, le opportunità si moltiplicano[3]». E Winston Wolf (Harvey Keitel), in Pulp Fiction, il film cult di Quentin Tarantino, si presenta a Vincent Vega (John Travolta), Jules Winnfield (Samuel L. Jackson) e Jimmie Dimmick (Quentin Tarantino) con la mitica battuta «Sono il signor Wolf. Risolvo problemi». Ecco, il sociologo ma anche il manager o il quadro aziendale dalle mai finite connessioni che piace a me ha più o meno queste caratteristiche: risolve problemi, coglie opportunità, ergo, le moltiplica.
Buona navigazione.


[1] L’eccezione, non solo significativa ma destinata ad incideresempre più sul nostro futuro, è data dal pensiero “altro” che ci viene dalla Cina, come spiega mirabilmente Francois Jullien nei suoi libri, per ultimo “Le trasformazioni silenziose”, Raffaello Cortina, 2010

[2] Il riferimento è naturalmente a The Matrix di Andy e Larry Wachowski, con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving, Monica Bellucci, 2003

[3] cfr. Sun Tzu, L’Arte della Guerra, Astrolabio Ubaldini

 

I quattro movimenti, la chiave e la definizione

I quattro movimenti hanno lo scopo di tracciare, a beneficio di chi legge e, soprattutto, di chi studia, alcune delle possibili connessioni esistenti tra i mille sentieri che si biforcano nei giardini del pensiero organizzativo. La chiave fornisce qualche utile indicazione per leggere e ordinare i diversi movimenti. La definizione si riferisce al termine ORGANIZZAZIONE, che per molte ed evidenti ragioni non può che essere considerata primus inter pares.

Ai mostri sacri WEBER e TAYLOR si deve il primo movimento.
La loro opera si può definire un inno alla razionalità assoluta. All’organizzazione ideale. Alla struttura perfetta. All’uomo impersonale. Senza qualità. Rotella da sincronizzare nell’ineccepibile ingranaggio della burocrazia (WEBER) e dell’industria (TAYLOR).

Il secondo movimento ha come filo conduttore la soggettività, l’imperfezione, l’anomalia, la contraddizione e ha tra i suoi maggiori autori – interpreti BARNARD (organizzazione come sistema cooperativo; importanza degli incentivi; funzione del dirigente), BRAVERMANN (alienazione; separazione tra lavoro direttivo e lavoro esecutivo), CROZIER (inefficienza della burocrazia; strategie dei soggetti, lotte di potere e controllo dell’incertezza), ETZIONI (forme pure di potere; modalità di comando e di ubbidienza; tipologie di carisma), GOFFMAN (istituzione totale; gruppi di performance e gruppi di audience), GOULDNER (funzioni latenti; dualismo tra disciplina – gerarchia e competenza), LAURENCE e LORSCH (prevedibilità – imprevedibilità delle strutture; importanza del contesto), MAYO (relazioni umane; fattori materiali e fattori psicosociali), MARCH (processi decisionali; importanza delle coalizioni; incentivi e contributi), MERTON (teorie di medio raggio; anomia; serendipity; funzioni latenti e conseguenze inattese; incapacità addestrata), MINTZEBERG (burocrazia professionale e burocrazia meccanica), SIMON (razionalità limitata; giudizi di fatto e giudizi di valore; importanza delle procedure; continuum mezzi fini), WOODWARD (tecnologia, controllo e struttura organizzativa dell’impresa).

Il terzo è il movimento dei fattori istituzionali e ambientali, destinati ad assumere un’importanza sempre più strategica nell’analisi delle strutture e dei processi organizzativi.
È qui che è possibile incontrare le idee di WILLIAMSON (trasformazione dell’impresa da funzione della produzione a struttura di governo delle transazioni; mercato e gerarchia; gruppo relazionale) e di OUCHI (coesistenza di mercato, burocrazia e clan nella stessa organizzazione; tradizione, lealtà e fiducia); di STINCHCOMBE (popolazioni organizzative; onere della novità; imprinting organizzativo), di HANNAN e FREEMAN (selezione e cambiamento; ambienti a grana fine e a grana grossa; organizzazioni generalistiche e organizzazioni specialistiche) e di PIORE, SABEL e ZEITLIN (specializzazione flessibile; distretti industriali); di SELZNICK (impatto delle istituzioni sulla vita delle organizzazioni; tipologie dei processi di cooptazione e cricche istituzionalizzate; caratteristiche della leadership e tipologia di rapporti con i poteri esterni), di MEYER e ROWAN (processi di isomorfismo; miti razionali) e di POWELL e DI MAGGIO (concetto di campo organizzativo).

Il quarto movimento muove dall’idea che la burocrazia e l’impresa possono essere comprese solo a partire dalle culture organizzative che in esse si affermano e sono prevalenti e che dunque sono i soggetti molto più delle strutture a determinare il carattere, i processi decisionali, le storie, i successi e i fallimenti delle organizzazioni.
È questo il movimento tra gli altri di SCHEIN (concetto di cultura organizzativa), MARTIN (pluralità delle culture organizzative), KUNDA (cultura aziendale come strumento di controllo) WEICK (processi cognitivi e sensemaking), GIDDENS (processi di strutturazione), SCHÖN (superamento della scissione tra il pensare e l’agire, il sapere e il fare, il decidere e l’attuare).

La chiave per interpretare i diversi movimenti è rappresentata dall’individuo, dalle persone che, con la loro testa e le loro mani, sono diventate negli anni sempre più l’elemento centrale, il fattore strategico, nella definizione e nella comprensione dei processi organizzativi.
Dall’omino alienato magicamente interpretato da Charlie Chaplin in Tempi Moderni fino al lavoratore della conoscenza impegnato a scegliere informazioni e conoscenze, a stabilire relazioni e costruire connessioni, a sapere e a saper fare, per tutto il corso della propria vita, molta strada è stata oggettivamente fatta, nonostante le tante contraddizioni, in questa direzione.

Per quanto riguarda infine la definizione, Secondo il dizionario De Mauro della Lingua Italiana il termine ORGANIZZAZIONE comprende, tra i suoi significati di largo uso:

1. l’organizzare, l’organizzarsi e il loro risultato;
2. il modo in cui è organizzato un lavoro, una struttura ecc.;
3. una qualsivoglia struttura organizzata per conseguire un fine comune;
4. l’insieme delle persone che operano in una struttura.

Questa prima, generale, definizione può essere naturalmente arricchita, acquisire nuovi significati, essere oggetto di ulteriori determinazioni, a seconda del contesto nel quale il termine viene utilizzato o analizzato. Nei confini delle discipline e dei linguaggi sociologici si deve proprio a questa azione di ulteriore specificazione la possibilità di evidenziare che:

1. con il termine organizzazione si usa definire tanto un qualsivoglia soggetto o ente (associazione, impresa, istituzione, partito, sindacato ecc.), in possesso o meno di personalità giuridica, per qualunque scopo costituito, quanto la maniera in cui tale soggetto o ente è strutturato (gerarchie, decisioni, funzionalità, efficacia, efficienza saranno in questo caso alcuni dei fattori che ci si troverà a valutare);
2. concorrono a definire l’oggetto di studio della sociologia dell’or-ganizzazione non solo le organizzazioni formalmente riconosciute in quanto tali (le strutture, il volto statico delle organizzazioni), ma anche tutti quegli eventi in qualche maniera rilevanti per comprendere uno o più aspetti della realtà sociale (i processi, il volto dinamico delle organizzazioni), indipendentemente dal fatto che essi si manifestino nell’ambito di contesti micro, come nel caso delle relazioni nell’ambito di un piccolo gruppo, o macro, come nel caso del funzionamento di organismi internazionali;
3. tanto le teorie prescrittive, quelle che cioè si ripromettono di indicare in che modo un determinato soggetto o ente deve essere organizzato per conseguire al meglio i propri scopi, quanto quelle interpretative, che forniscono invece strumenti e analisi per comprendere il funzionamento di una qualsivoglia organizzazione, rivestono in tale contesto una funzione rilevante.

12 Autori

Ricordate la seconda delle cinque mosse per apprendere di più e ottenere risultati migliori? Nel caso la risposta fosse no ve lo dico io, è quella che porta ai seguenti autori: Weber, Taylor, Ford, Barnard, Simon, Selznick, Williamson, Schein, Weick, Nonaka e Takeuchi, Miles e Snow.
Ancora una volta chi vuole imparare davvero occorre che comprenda (perché Weber e Taylor sono i mostri sacri del primo movimento?; in quali dei restanti tre movimenti possono esseri inseriti gli altri autori?), studiare, cercare di applicare a casi concreti le idee dei diversi autori. Intanto eccoli qua nell’ordine in cui ve li ho presentati.

Max Weber

L’IMPIEGATO

AD OVEST DI PAPERINO

MATRIX

MATRIX RELOADED

Vedi anche
AMMINISTRAZIONE – BUROCRAZIA – CROZIER – GOULDNER – MERTON – PARSONS – SIMON

Domande
In che senso la sociologia è una scienza comprendente?
Perché la BUROCRAZIA è la forma più tipica del potere razionale – legale?
Cosa sono e cosa definiscono i tipi ideali?

Idee
Grazie al suo genio estremamente versatile e a una capacità di analisi davvero fuori dal comune, WEBER eccelle in numerose discipline, dalla storia all’economia, alla politica, anche se è ricordato in particolare per il fondamentale apporto dato in ambiti come l’epi-stemologia e il metodo delle scienze sociali, l’analisi della civiltà occidentale moderna, la sociologia.
È proprio intorno alla definizione di concetti chiave della sociologia che WEBER struttura le sue idee circa la possibilità – necessità di dare una spiegazione comprendente dell’agire sociale delle persone, in grado di spiegare cioè le cause che si ritiene siano alla base di un determinato agire e di comprendere il senso che le persone danno al loro agire rispetto a quelle cause. Sulla scia dello storicismo di Dilthey, WEBER rifiuta infatti la pretesa positivista di analizzare i fenomeni sociali e politici utilizzando le stesse categorie concettuali delle scienze naturali e sostiene che le scienze sociali hanno per oggetto l’agire sociale in quanto comportamento dotato di senso e che la sociologia è la scienza che cerca di comprendere tale agire, di individuare l’insieme delle condizioni o delle influenze che lo determinano, di sottoporre a continua verifica le conclusioni di volta in volta raggiunte.
A suo avviso, se l’Occidente ha avuto uno sviluppo tanto singolare rispetto a quello delle altre culture è perché in questa parte di mondo il processo di razionalizzazione è progredito a tal punto da investire sistemi di credenze, ordinamenti (giuridici, politici, economici), strutture (a partire dalla famiglia), attività artistiche e scientifiche. Egli sostiene che la società che si fonda sul tipo di atteggiamento più razionale è quella del moderno capitalismo, e che tale razionalità è possibile solo quando si postula una realtà priva di ogni senso magico e che presupponga, sotto il profilo religioso, l’assoluta trascendenza della divinità.
Detto in altro modo, se la realtà a un certo punto si è liberata da significati magici, si è fatta oggettiva, modificabile senza limitazioni dalla volontà umana, è proprio perché, con l’avvento del moderno capitalismo, si è sviluppato un sistema di credenze che ha posto il sacro, la divinità, su un piano soprannaturale e dunque trascendente rispetto al mondo terreno. Il disincanto del mondo connesso alla modernità, il crescente predominio delle logiche di efficienza e produttività, la fiducia nel fatto che le cose possano essere dominate dalla ragione determinano la graduale espulsione di ogni riferimento a spiegazioni e comportamenti magici, metafisici e religiosi.
Per WEBER, nell’ambito di questo processo rivestono una funzione importante tanto le scienze naturali (che spiegano) quanto, soprattutto, quelle sociali (che spiegano e comprendono). Diversamente dall’agire della natura, che ha senso in rapporto ad altre cose o fenomeni, l’agire razionale dell’uomo ha senso in sé (è a partire dall’agire sociale dei suoi componenti che le organizzazioni possono essere comprese) e può essere classificato nell’ambito di quattro diverse categorie:

1.    agire razionale rispetto allo scopo: un’azione si dice razionale rispetto allo scopo se chi la compie valuta razionalmente i mezzi rispetto agli scopi che si prefigge, considera gli scopi in rapporto alle conseguenze che potrebbero derivarne, paragona i diversi scopi possibili e i loro rapporti;
2.    agire razionale rispetto al valore: un’azione si dice razionale rispetto al valore quando chi agisce compie ciò che ritiene gli sia comandato dal dovere, dalla dignità, da un precetto religioso, da una causa che reputa giusta, senza preoccuparsi delle conseguenze che dalla sua azione possono derivare;
3.    agire determinato affettivamente: un’azione è determinata affettivamente quando è risolvibile in pure manifestazioni di gioia, gratitudine, vendetta, affetto o di altro stato del sentire; così come le azioni razionali rispetto al valore, anche quelle determinate affettivamente hanno senso di per se stesse, senza riferimento alle possibili conseguenze; tuttavia, a differenza delle prime, queste ultime non hanno riferimento consapevole all’af-fermazione di un valore, trattandosi piuttosto dell’espressione di un bisogno interno;
4.    agire tradizionale: un’azione è tradizionale quando è una semplice reazione a stimoli ricorrenti, un’espressione di abitudini, di comportamenti che si ripetono senza interrogarsi su possibilità alternative e sul loro reale valore, senza porsi il problema se vi siano o meno altre vie per raggiungere gli stessi risultati.

Com’è evidente, WEBER pone in ordine gerarchico i tipi ideali di atteggiamento, disponendoli secondo un criterio di crescente razionalità: il livello di razionalità più basso si trova nell’azione dettata dalla fedeltà a tradizioni, abitudini, costumi, credenze; poi si passa all’azione determinata da un sentimento/istinto/stato d’animo; poi ancora all’azione razionale rispetto a un valore; infine vi è l’azione razionale rispetto a uno scopo.
Altra questione rilevante del sistema concettuale weberiano è quella che si riferisce al rapporto tra il ricercatore e la realtà sociale.
Per WEBER la realtà non può essere conosciuta né riprodotta in maniera integrale o definitiva, poiché il campo di ricerca viene influenzato e delimitato di volta in volta dalla relatività dei criteri di scelta della conoscenza storica e dall’unilateralità dell’indagine storica. Si può però minimizzare il rischio di un eccessivo coinvolgimento dello scienziato sociale con l’oggetto di studio adottando un approccio avalutativo, che permette di astenersi dal giudicare i fenomeni che si analizzano nel corso dell’attività di studio e ricerca alla luce dei propri giudizi di valore e, soprattutto, definendo per l’appunto i tipi ideali, le astrazioni, le costruzioni di pensiero, necessarie per generalizzare i fenomeni analizzati, per ricondurre l’infinita varietà di casi presenti nella realtà a insiemi di categorie confrontabili e verificabili.
Una semplice somma di fatti non porta con sé la conoscenza scientifica. Occorrono delle uniformità statistiche che corrispondono al senso intelligibile di un agire sociale. Sono i tipi ideali, modelli che non esistono nella realtà ma che sono fondamentali per comprenderla. In pratica Weber individua, per astrazione, dei tipi ideali di atteggiamento, che non sono il risultato di medie statistiche né hanno di per sé un valore ideale al quale ispirarsi, ma sono costruiti accentuando unilateralmente uno o più punti di vista, in modo tale che ciascuno di essi presenti in forma pura determinate caratteristiche (di qui ad esempio i concetti convenzionali di economia cittadina o economia rurale, ai quali non è dato riconoscere i regimi storici di produzione cui essi si riferiscono).
Sicuramente importante anche la distinzione operata da WEBER tra potere, che possiede una dimensione istituzionale (affinché un comando trovi obbedienza ci devono essere: una relazione di comando e obbedienza tra superiori e sottoposti, un apparato amministrativo che trasmetta il comando, una legittimazione del comando) e potenza (in questo caso gli individui sono costretti a seguire la volontà di chi la impone).
WEBER individua tre forme di legittimazione del potere:

i. quella tradizionale, determinata dall’influenza di antichi ordinamenti e dalla discendenza, come nel caso del dono o delle famiglie di industriali;
2.    quella carismatica, che è determinata dalle eccezionali qualità personali di chi detiene il potere e dà luogo ad una obbedienza basata su di una fede emotiva;
3.    quella razionale – legale, determinata dagli ordinamenti istituzionali, che trae la sua legittimazione dall’esistenza di norme che anche chi esercita il potere deve rispettare e di un apparato amministrativo detto BUROCRAZIA.

Per WEBER la BUROCRAZIA (in buona sostanza ogni forma di organizzazione razionale del lavoro) è a propria volta la forma più tipica del potere razionale – legale. Per quanto già gli antichi imperi di Cina e d’Egitto avessero formato un proprio apparato amministrativo-burocratico i due fattori fondamentali che ne determinano l’af-fermazione in epoca moderna sono dati dalla sua superiorità tecnica, dalla possibilità cioè di gestire sistemi di grande complessità sulla base di criteri di razionalità rispetto allo scopo, e dall’avvento della democrazia di massa, che per definizione non può fare a meno di un sistema amministrativo imparziale dotato di autorità legale.
Nel sistema burocratico le competenze sono definite da leggi, gli uffici sono organizzati gerarchicamente, esiste il segreto d’ufficio, i funzionari possiedono una preparazione specifica (acquisita con studi specifici), vengono assunti a seguito di prove ed esami, godono di un elevato prestigio di ceto, svolgono la propria attività a tempo pieno, sono retribuiti in importo fisso a seconda della posizione che occupano, non posseggono i mezzi di produzione.
Infine, tra i concetti più rilevanti che si devono all’opera e all’in-gegno di WEBER vanno ricordati la distinzione, già presente in Tönnies, tra comunità (comune appartenenza soggettivamente sentita) e società (convergenza di interessi); l’assunzione della lotta (assunta in modo puramente analitico e slegato dalle connotazioni politiche presenti invece in Marx) come elemento caratterizzante della società umana (a fronte dell’ordine di Durkheim); la definizione di ceto in quanto insieme di individui che condividono un certo status riconosciuto socialmente, senza che questo status coincida necessariamente con la posizione economica.

Citazione
La democrazia moderna, dovunque diventi democrazia di un grande Stato, diventa democrazia burocratica. E ciò deve essere, poiché la democrazia burocratica sostituisce alle cariche onorifiche e nobiliari il funzionariato pagato. [1961]

Frederick W. Taylor

Vedi anche
ALIENAZIONE – ARGYRIS – FAYOL – FORD – HERZBERG – MAYO – MASLOW – OSL – POSTFORDISMO

Domande
Quali sono gli obiettivi fondamentali dell’OSL?
Quali i suoi caratteri principali?

Idee
Ingegnere industriale statunitense, iniziatore della ricerca sui metodi per il miglioramento dell’efficienza nella produzione, TAYLOR è l’ideatore del metodo da lui stesso definito della ORGANIZZAZIONE SCIENTIFICA DEL LAVORO (OSL). Pur non essendo un sociologo, egli è sicuramente uno scienziato sociale con il quale la sociologia ha dovuto e deve fare i conti, confrontarsi, misurarsi.
TAYLOR struttura il suo metodo negli anni che precedono la prima guerra mondiale, quando l’esigenza di creare nuovi armamenti imprime un forte sviluppo alla produzione pesante, la tecnologia richiede operai maggiormente specializzati, la produzione assume sempre più caratteri di massa e i vecchi sistemi non riescono a rispondere in maniera adeguata alle esigenze del mercato. A oltre un secolo dalla sua rivoluzione, l’industria continua a essere governata con metodi di direzione dove prevalgono decisioni personali, corruzione, arbitrio e con un’organizzazione del lavoro empirica e approssimativa. Molte officine di medie dimensioni e le stesse grandi fabbriche della fine dell’800 sono in mano ai capireparto, spesso ex operai di mestiere senza alcuna specifica capacità di direzione, che hanno il potere di decidere in materia di assunzioni e licenziamenti.
In questo contesto, le idee di TAYLOR sul lavoro industriale rappresentano una ulteriore rivoluzione, questa volta non più produttiva ma organizzativa. Egli conduce i suoi primi studi sulla riorganizzazione della produzione nel 1883, presso la «Midvale Steel Company» e presso la «Bethlehem Iron Company», impresa che deve abbandonare nel 1901 per le cattive relazioni con il resto del corpo dirigente. Al termine di questa esperienza scrive il suo primo libro, Shop Management, che ha un discreto successo e fa di lui il massimo esperto statunitense di direzione di stabilimento.
Con l’ausilio dei nuovi principi organizzativi TAYLOR si propone di:
1. accentrare e razionalizzare le linee di autorità all’interno dell’azienda;
2. aumentare la produttività non solo attraverso la riorganizzazione, ma anche attraverso la trasparenza totale di costi, procedure e tempi;
3. usare la scienza ed il metodo scientifico non solo come criterio di azione, ma come legittimazione dei nuovi metodi di lavoro;
4. superare il dilettantismo che contraddistingue il lavoro industriale in tutte le sue componenti, quelle produttive e quelle umane.
In particolare egli insiste sulla necessità di qualificare l’azione del management e di costruire un proficuo rapporto tra dirigenza qualificata e operai specializzati, in maniera tale da assicurare consistenti vantaggi ad ambo le parti.
Una procedura divenuta ormai classica di ottimizzazione di una mansione lavorativa è ad esempio quella che prescrive di considerare un gruppo di 10/15 operai abili nella mansione da analizzare, studiare l’esatta serie di movimenti che compongono l’operazione, determinare il tempo necessario per ciascun movimento, verificare se esiste un modo più veloce per compierlo, eliminare ogni movimento lento o inutile, definire la serie ottimale dei movimenti.
L’elenco dei capi funzionali che a suo avviso sono necessari per riorganizzare la direzione dello stabilimento prevede invece l’addetto agli ordini di lavoro e ai cicli, l’addetto alle schede di istruzione, l’addetto ai tempi e ai costi, il caposquadra, l’addetto alla velocità di esecuzione, l’addetto alla manutenzione, l’ispettore, l’addetto ai rapporti disciplinari.
A suo avviso, per stimolare la motivazione del lavoratore occorre ricorrere a sistemi che incentivino la produttività come il lavoro a cottimo, la partecipazione ai profitti e al risparmio (tali sistemi vengono detti monastici perché sono rivolti a garantire che ogni lavoratore impieghi sul lavoro tutte le sue energie sulla base del presupposto che il maggior guadagno economico sia la principale leva per coinvolgere il lavoratore).
Anche se le idee di TAYLOR sono note al grande pubblico soprattutto per aver fornito la base razionale e scientifica dello «sfruttamento operaio», per aver teorizzato il lavoro alienato, frustrante, nel quale l’operaio è soltanto una piccola rotella di un ingranaggio del quale non controlla i ritmi e il prodotto e non comprende la finalità (se non quella di arricchire «l’odiato» padrone), in realtà, se si guarda a esse con il distacco che consente la storia, bisogna riconoscere che rispetto alla situazione di arbitrio e di selvaggio sfruttamento preesistente, il taylorismo e il fordismo sono stati essenziali per avviare quel processo di modernizzazione che ha consentito, grazie in primo luogo alle lotte dei lavoratori e delle loro organizzazioni sindacali, ma anche ai cambiamenti introdotti dal pensiero organizzativo e manageriale, di fare del lavoro una componente sempre più essenziale del sistema sociale e produttivo. Il fatto che con il tramonto del taylorismo – fordismo il lavoro industriale va in crisi, perde identità e indebolisce la propria capacità di rappresentare istanze generali di cambiamento, suggerisce a questo proposito qualcosa di certamente significativo.

Citazione
L’organizzazione scientifica del lavoro consiste fondamentalmente in un certo numero di principi generali di vasta portata, in una ben definita concezione teorica che può venire applicata in varie maniere.
[1967]